Coronavirus, meno decessi dove ci si è vaccinati di più contro l’influenza

Uno studio del Monzino mette in relazione decessi e casi gravi con l’immunizzazione antinfluenzale: un punto percentuale in più avrebbe fatto risparmiare 1989 morti. L’ipotesi è un rafforzamento generale delle difese immunitarie.

Che rapporto c’è tra la vaccinazione contro l’influenza e Sars-Cov-2? Un nuovo studio del centro cardiologico Monzino rivela infatti che nel periodo del lockdown è stato possibile osservare una relazione inversamente proporzionale tra copertura delle vaccinazioni antinfluenzali e numero di contagi e morti per Covid nelle regioni italiane. E che dati alla mano, un aumento dell’1% delle coperture vaccinali avrebbe permesso di evitare 1.989 decessi per Covid 19.

“Quel che abbiamo fatto è stato mettere in relazione i dati regionali sui tassi di vaccinazione antinfluenzale dello scorso anno con quelli sulla diffusione di Covid negli over 65”, spiega Mauro Amato, ricercatore del centro cardiologico Monzino e primo autore dell’articolo. “Dai risultati è emersa una situazione piuttosto chiara: la prevalenza delle infezioni da Sars-Cov-2, gli accessi in ospedale con sintomi riconducibili a Covid, gli accessi in terapia intensiva e i decessi, sono tutti risultati maggiori nelle regioni in cui i tassi di vaccinazione erano stati più bassi”.

Un dato – chiarisce Amato – che trova conferma anche nei risultati di ricerche simili svolte in paesi come il Brasile. E che se per ora non può dimostrare un nesso causale tra vaccino antifluenzale e Covid, permette comunque di formulare alcune ipotesi. “È noto che nei bambini Covid 19 si presenta con un’incidenza minore e sintomatologie che tendono ad essere più blande”, sottolinea Damiano Baldassare, coordinatore dello studio, responsabile dell’Unità per lo studio della morfologia e della funzione arteriosa del Monzino e professore del dipartimento di Biotecnologia medica e Medicina traslazionale dell’università di Milano. “Tra le ipotesi proposte per spiegare questa resistenza vi è anche il fatto che in età pediatrica si è sottoposti più spesso a vaccinazioni di qualche tipo: è noto infatti che i vaccini possono determinare un’immunità crociata, o meglio addestrata, anche nei confronti di altre patologie infettive”.

I vaccini, insomma, non proteggono solamente dal patogeno verso cui sono indirizzati, ma tendono a potenziare le reazioni immunitarie dell’organismo in modo generalizzato. E questo potrebbe aiutare a difendersi anche da Sars-Cov-2, diminuendo le probabilità di infezione e riducendo la gravità dei sintomi e delle complicazioni. “Abbiamo stimato che un aumento dell’1% della copertura vaccinale negli over 65 avrebbe potuto evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti per Covid-19”, conclude Amato. “Il messaggio che arriva dal nostro studio è senz’altro di incentivare le vaccinazioni antinfluenzali nei prossimi mesi, sia per gli over 65 che nella popolazione generale”. Se la vaccinazione rende più resistenti gli anziani e bambini – ragiona Amato – è probabile che faccia lo stesso in tutte le fasce di età. E quindi più persone si vaccineranno, più aumenterà la resistenza della popolazione al virus, e diminuirà di conseguenza la sua circolazione.

Della stessa opinione il Professor Alberto Mantovani, Direttore scientifico di Humanitas e professore emerito di Humanitas University, che sul New England Journal of Medicine, in un articolo appena uscito firmato insieme al collega olandese Mihai Netea: «vaccinarsi può aumentare il tono di base dell’immunità innata, come in un allenamento». Sull’antiinfluenzale i dati sono ancora incerti, ma in generale possiamo dire che c’è un motivo in più per vaccinarsi, cioè che molti vaccini (forse tutti) costituiscono un buon allenamento generale per la prima linea di difesa del sistema immunitario.

Confronto schematico tra influenza e Covid-19

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